Gianluca Gigliozzi
Trittico della percezione
I.
Il giudice osservava l’imputato nell’ordine degli archi. L’imputato con la sua colpa presunta aveva contaminato lo spazio, oltraggiato il loggiato e la serie delle volte. Il giudice pianse la nascita istantanea di cinque punti di fuga. Lo spazio era irriso, sinistrato. Sentiva la sentenza invelenirsi dentro la bocca. Come quando gli capitava una bacca di ginepro sotto la lingua. Avrebbe voluto intimare a quel colpevole di appiattirsi contro il suolo, e stare a vedere come si sarebbe riassorbito l’oltraggio. Non poteva essere che quella cattiva pittura, celebrata decenni prima da solenni idioti, e da lui sempre avversata, si ripresentasse lì, davanti al suo sguardo, in forma vivente, nel cortile del vecchio tribunale! Le lacrime gli pungevano ancora i bulbi oculari. Per il resto si sentiva perfettamente in salute. Come formalità suppletiva, pensò bene di focalizzare meglio l’espressione del volto del colpevole, e studiare il rapporto tra il volto e lo sfondo, così come, prima della catastrofe, avrebbe meditato il rapporto tra lo stesso volto e la colpa. Non trovò alcun rapporto. Il volto era insignificante. La gestualità del colpevole era neutra. Eppure lo spazio era capovolto, dannato. Si mosse per scrollarsi via l’impaccio, per convincersi che la catastrofe era una proiezione della sua mente affaticata. Si mosse, a passi piccoli e cauti a destra e a sinistra, ma vide che la catastrofe restava. Chiuse gli occhi, che bruciavano, e scosse la testa. Si insultò. Si attribuì una cervicale offuscante, ma mentire non giovò. Ripensò alle argomentazioni del Pubblico Ministero, trovandole inoppugnabili. Ripassò i punti più critici dell’istruttoria. Rivide i fascicoli scorrergli davanti agli occhi di fuoco. Non c’erano dubbi. Quell’uomo laggiù aveva commesso il delitto di cui era accusato. Chiuse gli occhi e pregò qualche oscura entità laica di trarlo dall’oscurità. Si concentrò, quasi rappreso, tagliato da un dolore nuovo. Così dolorante e rappreso, impose a se stesso, sudando, l’innocenza dell’imputato. Tentava così di aggirare l’evidenza che lo saziava, di inchiodare il proprio abbaglio, l’accanimento nel proprio argomento. Ma non vedeva, sudando, la possibilità di interrompere la conferma. Optò per un incantamento. Ripetè la formula dell’innocenza fino a stordirsi. Riaprì gli occhi e lo vide finalmente innocente. Vide l’innocenza sfolgorare tra le logge. Costernato notò però che niente poteva ormai annullare l’offesa allo spazio.
II.
Risaliva il viale ombreggiato dai platani, ignorando la ressa che si addensava al centro della piazza, intorno ai palmizi. Non mirò il dissesto, anche se lo raggiunsero le stonature di altri falsi e selvaggi ordini, aggregati instabili e voraci, per giunta anche lo sferragliare dei tram; i freni raschianti… Nel viale del palazzetto barocco, quello dal giardino tutto buganvillee, ristabilì un passo meno cauto. Ardeva la via di bianco, un nevaio pastoso, lamellato dalla penombra serale, che sapeva di polvere di fontane, di aiole spampanate. Sentiva una gamba più corta, come se una parte di quel massiccio corpo che lo traduceva all’esterno si stesse umilmente ritirando. Sudando, appoggiò le spalle al muro rugoso. Passò un sessantenne, col cappello e gli occhiali con lenti scure, poi fu la volta del cane, che però restava non veduto, forse ansimando dietro le buganvillee di quel giardino occluso… dal corso invece un clacson. Il cane ora taceva dietro l’inferriata e la siepe, il clacson fu riassorbito nel mugolìo ovattato alle spalle, e il sessantenne era sparito dietro il palazzetto barocco; ma questo non lo consolava: perché costui l’aveva guardato… Come era stato visto? Quanto sfigurato da quel ritiro improvviso dell'arto? Era stato visto così, proprio mentre subiva quella contrazione… Il segreto sparito oltre le buganvillee, con la loro brava oscillazione e assolazione indebita, rubando luce al viale. Il sessantenne, con la sua veduta, temuta come segreto decisivo per esser di quello e solo suo, doveva proseguire tranquillo tra i platani; più in là anche gli ontani, da lui visti, e avvisati. Gli ontani e i platani, che quanto ad occhi non se ne parlava, ma come negare ai loro organismi semplici e impennati la partecipazione alla simultaneità dei mondi, stesi vivi alle loro radici… Laddove la radice penando s’immergeva nell’asfalto, intorno alle tubature del metano, sino alla terra soda, a sode vene. Ma partecipavano anche alle vicende dei rondoni, certo, e a quello che doveva accadere sui terrazzi, da dove a volte torreggiavano altre piante. Cieche anch’esse, ma pronte ad immettersi nel simultaneo, grazie agli aromi, ai possibili svasi e traslochi, all’acqua dispensata dalla signora tonda. Così la signora tonda si affacciò, e vide sotto il mento l’uomo che appoggiava le spalle al muro caldo, giallo, reame di lucertole. Aveva il fiato dell’assassino, e si difendeva da una gamba sempre più corta… Quanto a lei, fu riconosciuta da un uomo che abitava alle sue spalle, un vecchio che meritava di averla sotto tiro, almeno la maggior parte del tempo, come premio per scompensi superiori e, soprattutto, mai nominati. Quest’uomo aveva dei buchi lungo il corpo, era grigio almeno quanto la sorte di tutti quelli che potevano affacciarsi da là, e la riconosceva solo di tanto in tanto, forse per via dei buchi. Tutto, ai suoi buchi, doveva sembrare compatto, inarrestabile, senza una piega, i nessi a posto, anche quelli più freddi e neri. Era solo un esempio vivente di come possono i quartieri riempirsi di anime sdrucciolevoli, esauste, senza storie che valgano la pena, eppure col loro giardino o pappagallino o canarino o pisellino. Una fortuna rassodata dal maggio: nella calura di fine maggio, in cui ogni soggetto degno di questo nome era in difficoltà per riacciuffare la vibrazione fondamentale… Tanto che, nel terrazzo opposto, anche il pisellino del giovanotto, giunto a quel gabbione di vetro, dietro cui si ingobbivano mollemente i fichi più un roseto, anche quello, penzolando com’era di suo, lo faceva un poco disgiunto dal resto; e d’altronde da nessuno era visto: non dal proprietario, concentrato sul caffè, né dalla proprietaria del terrazzo con gabbione e annesso appartamento, vedetela sul letto, né dalla tonda dirimpettaia… L’odore del caffè aleggiava verso il letto, da cui la proprietaria supina fissava un airone nel poster all’angolo e ripensava al tradito, quel farabutto. Rivide, credette, il mare, e colonne bianche che lo acclamavano, sulla spiaggia infestata di crostacei morti e legni campiti a nero, concrezioni fibrose di alghe e meduse. Sempre che fosse un ricordo. Ma la vibrazione fondamentale, quello che dona il tremore centrale, spinale, quella mancava. Dagli ad auscultare, a graffiare contro le reti dei pescatori, l’immagine non si formava; o a tastare il cuscino sotto la bella chioma: niente, tutto finiva nella risacca. Solo la volontà della vibrazione restava: impuro alito. Quando ricomparve il pisellino, col caffè sul vassoio poco più su, già da un po’ l’uomo aveva staccato la propria ombra dal muro, lasciando alle lucertole tutto lo spazio giallo possibile.
III.
Risalendo il corso, osservando l’ondeggiare dei palmizi, si accorse di avere la verità in pugno. Se ne vergognò, sempre guardando la luce del mezzogiorno fondere i glicini, incrudire sugli interstizi tra i corpi degli avventori e i palmizi. La verità in pugno gli spaccava il polso, sentiva lo sgranarsi. Avendola così in pugno, non apparivano più le campiture nere tra il passo e il fondo, tra il cartello e le chiome, tra il marmo della banca e la vetrina, tra il manichino e il velluto. Bisognerà renderla pubblica, estrarla, far qualcosa. S’infilò per una via su cui si affacciavano giardini all’inglese, e raggiunse così lo studio casalingo del dottore. Il dottore era, appunto, in casa.
“Ho la verità in pugno, dottore!”
“Venga, non c’è tempo da perdere…”
Si passa all’atto di estrazione. E’ fatta. Il dottore propone di farla esaminare a qualche comitato. Segue la firma per la cessione. Le congratulazioni al donatore, che ha evitato il fanatismo. Andrà a trovarla di tanto in tanto, giù al Museo Cittadino. La fisserà come una pergamena istoriata. Intanto i palmizi saranno tornati dietro gli avventori.
Gianluca Gigliozzi