giovedì, luglio 31, 2003

Maestri dell’arte

Non so cosa significhi di preciso avere avuto dei grandi maestri in arte. Non si tratta solo di una questione tecnica, si tratta piuttosto di una relazione, per così dire, spirituale. E più in profondità: non è tanto quanto il maestro ci ha detto che può essere stato importante per noi, ma quanto il maestro ha mostrato. Come per la forma logica della proposizione di Wittgenstein, vi sono cose che si possono solo mostrare. In questo caso è un modo di fare, di essere, di rapportarsi. E’ uno stile di vita. Se riconosciamo di avere avuti grandi maestri è perché il loro stile di vita ha gettato una luce sull’arte mentre sembrava che stessero semplicemente condividendo con noi un momento di vita quotidiana

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domenica, luglio 27, 2003

Gianluca Gigliozzi

 

Trittico della percezione

 

I.

 

Il giudice osservava l’imputato nell’ordine degli archi. L’imputato con la sua colpa presunta aveva contaminato lo spazio, oltraggiato il loggiato e la serie delle volte. Il giudice pianse la nascita istantanea di cinque punti di fuga. Lo spazio era irriso, sinistrato. Sentiva la sentenza invelenirsi dentro la bocca. Come quando gli capitava una bacca di ginepro sotto la lingua. Avrebbe voluto intimare a quel colpevole di appiattirsi contro il suolo, e stare a vedere come si sarebbe riassorbito l’oltraggio. Non poteva essere che quella cattiva pittura, celebrata decenni prima da solenni idioti, e da lui sempre avversata, si ripresentasse lì, davanti al suo sguardo, in forma vivente, nel cortile del vecchio tribunale! Le lacrime gli pungevano ancora i bulbi oculari. Per il resto si sentiva perfettamente in salute. Come formalità suppletiva, pensò bene di focalizzare meglio l’espressione del volto del colpevole, e studiare il rapporto tra il volto e lo sfondo, così come, prima della catastrofe, avrebbe meditato il rapporto tra lo stesso volto e la colpa. Non trovò alcun rapporto. Il volto era insignificante. La gestualità del colpevole era neutra. Eppure lo spazio era capovolto, dannato. Si mosse per scrollarsi via l’impaccio, per convincersi che la catastrofe era una proiezione della sua mente affaticata. Si mosse, a passi piccoli e cauti a destra e a sinistra, ma vide che la catastrofe restava. Chiuse gli occhi, che bruciavano, e scosse la testa. Si insultò. Si attribuì una cervicale offuscante, ma mentire non giovò. Ripensò alle argomentazioni del Pubblico Ministero, trovandole inoppugnabili. Ripassò i punti più critici dell’istruttoria. Rivide i fascicoli scorrergli davanti agli occhi di fuoco. Non c’erano dubbi. Quell’uomo laggiù aveva commesso il delitto di cui era accusato. Chiuse gli occhi e pregò qualche oscura entità laica di trarlo dall’oscurità. Si concentrò, quasi rappreso, tagliato da un dolore nuovo. Così dolorante e rappreso, impose a se stesso, sudando, l’innocenza dell’imputato. Tentava così di aggirare l’evidenza che lo saziava, di inchiodare il proprio abbaglio, l’accanimento nel proprio argomento. Ma non vedeva, sudando, la possibilità di interrompere la conferma. Optò per un incantamento. Ripetè la formula dell’innocenza fino a stordirsi. Riaprì gli occhi e lo vide finalmente innocente. Vide l’innocenza sfolgorare tra le logge. Costernato notò però che niente poteva ormai annullare l’offesa allo spazio.

 

II.

 

Risaliva il viale ombreggiato dai platani, ignorando la ressa che si addensava al centro della piazza, intorno ai palmizi. Non mirò il dissesto, anche se lo raggiunsero le stonature di altri falsi e selvaggi ordini, aggregati instabili e voraci, per giunta anche lo sferragliare dei tram; i freni raschianti… Nel viale del palazzetto barocco, quello dal giardino tutto buganvillee, ristabilì un passo meno cauto. Ardeva la via di bianco, un nevaio pastoso, lamellato dalla penombra serale, che sapeva di polvere di fontane, di aiole spampanate. Sentiva una gamba più corta, come se una parte di quel massiccio corpo che lo traduceva all’esterno si stesse umilmente ritirando. Sudando, appoggiò le spalle al muro rugoso. Passò un sessantenne, col cappello e gli occhiali con lenti scure, poi fu la volta del cane, che però restava non veduto, forse ansimando dietro le buganvillee di quel giardino occluso… dal corso invece un clacson. Il cane ora taceva dietro l’inferriata e la siepe, il clacson fu riassorbito nel mugolìo ovattato alle spalle, e il sessantenne era sparito dietro il palazzetto barocco; ma questo non lo consolava: perché costui l’aveva guardato… Come era stato visto? Quanto sfigurato da quel ritiro improvviso dell'arto? Era stato visto così, proprio mentre subiva quella contrazione… Il segreto sparito oltre le buganvillee, con la loro brava oscillazione e assolazione indebita, rubando luce al viale. Il sessantenne, con la sua veduta, temuta come segreto decisivo per esser di quello e solo suo, doveva proseguire tranquillo tra i platani; più in là anche gli ontani, da lui visti, e avvisati. Gli ontani e i platani, che quanto ad occhi non se ne parlava, ma come negare ai loro organismi semplici e impennati la partecipazione alla simultaneità dei mondi, stesi vivi alle loro radici… Laddove la radice penando s’immergeva nell’asfalto, intorno alle tubature del metano, sino alla terra soda, a sode vene. Ma partecipavano anche alle vicende dei rondoni, certo, e a quello che doveva accadere sui terrazzi, da dove a volte torreggiavano altre piante. Cieche anch’esse, ma pronte ad immettersi nel simultaneo, grazie agli aromi, ai possibili svasi e traslochi, all’acqua dispensata dalla signora tonda. Così la signora tonda si affacciò, e vide sotto il mento l’uomo che appoggiava le spalle al muro caldo, giallo, reame di lucertole. Aveva il fiato dell’assassino, e si difendeva da una gamba sempre più corta… Quanto a lei, fu riconosciuta da un uomo che abitava alle sue spalle, un vecchio che meritava di averla sotto tiro, almeno la maggior parte del tempo, come premio per scompensi superiori e, soprattutto, mai nominati. Quest’uomo aveva dei buchi lungo il corpo, era grigio almeno quanto la sorte di tutti quelli che potevano affacciarsi da là, e la riconosceva solo di tanto in tanto, forse per via dei buchi. Tutto, ai suoi buchi, doveva sembrare compatto, inarrestabile, senza una piega, i nessi a posto, anche quelli più freddi e neri. Era solo un esempio vivente di come possono i quartieri riempirsi di anime sdrucciolevoli, esauste, senza storie che valgano la pena, eppure col loro giardino o pappagallino o canarino o pisellino. Una fortuna rassodata dal maggio: nella calura di fine maggio, in cui ogni soggetto degno di questo nome era in difficoltà per riacciuffare la vibrazione fondamentale… Tanto che, nel terrazzo opposto, anche il pisellino del giovanotto, giunto a quel gabbione di vetro, dietro cui si ingobbivano mollemente i fichi più un roseto, anche quello, penzolando com’era di suo, lo faceva un poco disgiunto dal resto; e d’altronde da nessuno era visto: non dal proprietario, concentrato sul caffè, né dalla proprietaria del terrazzo con gabbione e annesso appartamento, vedetela sul letto, né dalla tonda dirimpettaia… L’odore del caffè aleggiava verso il letto, da cui la proprietaria supina fissava un airone nel poster all’angolo e ripensava al tradito, quel farabutto. Rivide, credette, il mare, e colonne bianche che lo acclamavano, sulla spiaggia infestata di crostacei morti e legni campiti a nero, concrezioni fibrose di alghe e meduse. Sempre che fosse un ricordo. Ma la vibrazione fondamentale, quello che dona il tremore centrale, spinale, quella mancava. Dagli ad auscultare, a graffiare contro le reti dei pescatori, l’immagine non si formava; o a tastare il cuscino sotto la bella chioma: niente, tutto finiva nella risacca. Solo la volontà della vibrazione restava: impuro alito. Quando ricomparve il pisellino, col caffè sul vassoio poco più su, già da un po’ l’uomo aveva staccato la propria ombra dal muro, lasciando alle lucertole tutto lo spazio giallo possibile.

 

III.

 

Risalendo il corso, osservando l’ondeggiare dei palmizi, si accorse di avere la verità in pugno. Se ne vergognò, sempre guardando la luce del mezzogiorno fondere i glicini, incrudire sugli interstizi tra i corpi degli avventori e i palmizi. La verità in pugno gli spaccava il polso, sentiva lo sgranarsi. Avendola così in pugno, non apparivano più le campiture nere tra il passo e il fondo, tra il cartello e le chiome, tra il marmo della banca e la vetrina, tra il manichino e il velluto. Bisognerà renderla pubblica, estrarla, far qualcosa. S’infilò per una via su cui si affacciavano giardini all’inglese, e raggiunse così lo studio casalingo del dottore. Il dottore era, appunto, in casa.

“Ho la verità in pugno, dottore!”

“Venga, non c’è tempo da perdere…”

Si passa all’atto di estrazione. E’ fatta. Il dottore propone di farla esaminare a qualche comitato. Segue la firma per la cessione. Le congratulazioni al donatore, che ha evitato il fanatismo. Andrà a trovarla di tanto in tanto, giù al Museo Cittadino. La fisserà come una pergamena istoriata. Intanto i palmizi saranno tornati dietro gli avventori.

 

Gianluca Gigliozzi

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domenica, luglio 20, 2003

FRANCESCA GENTI

 

 

 OGNI BAMBINA

desidera avere:

A.
uno zaino
che contenga la sua vita:

con pasticche
vitamine
integratori

accessori
per far fronte
alla fatica.

B.
della plastica
per impacchettare:

le sue mani
il cervello
il suo cuore

precauzioni
per cercare di evitare
una morte violenta
per amore.

(una mucca
inutilmente pazza
macellata
a tradimento
in pieno sole).

 

Francesca Genti


































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domenica, luglio 20, 2003

ROSARIA LO RUSSO

 

Rimasuglio

 

                        alla vecchia madre

 

 

Mi ammazzo per legittima difesa,

per non saper né leggere né scrivere,

evidenziando la mia parte lesa.

 

 

Il tuo volermi riassorbire mi pesa

come un tuorlo fosforescente che lega

il cordone attorcigliato che mi soffoca.

 

 

Mi tocca di chiamarti dracula, strega,

devo, - che squallore -, quando l'ora scocca

di spegner nei tuoi occhi mezzanotte

per impedirti di tapparmi la bocca.

 

 

Mi fai sentire una mezzasega

quando fai l'indemoniato di Gerasa:

ti domo a stento, alzami, cammina,

clicca beella doolce e caara mammina.

 

Rosaria Lo Russo

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sabato, luglio 19, 2003

L’arte come piacere e come rigore.

L’arte è un piacere. E come accade per molti piaceri, occorre tanto rigore, pazienza, esperienza, quanto capacità di abbandono e spregiudicatezza. Spesso non capita di ritrovare insieme questi due aspetti: o ci appare soprattutto il lavoro dell’artista, con le sue irrisolte pesantezze, o soprattutto la sua impulsività, con le sue irrisolte leggerezze. Questo forse accade anche per la difficoltà di trovare e coltivare una strada che si senta propria: o si è condizionati dallo sguardo introiettato del critico, oppure si resta al di qua dell’elaborazione necessaria, apparentemente umili, in realtà in cuor proprio pensando di essere già arrivati (sciocchi gli altri che leggono, studiano, prendono sul serio l’arte e il suo rigore). Ma perché trovare, in arte, una strada propria è così difficile? Forse perché, cessando di essere giovani, bisogna aver il coraggio di vedere ad uno ad uno crollare i propri miti (persone, istituzioni, ricostruzioni del passato, prospettive per il futuro) e ciò nonostante continuare senza cinismo e senza risentimento. Forse perché la poesia è sempre da fare

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venerdì, luglio 18, 2003

Arte e artisti stressati.

 

Dovrebbe seguire maggior tranquillità  e fiducia alla dolorosa scoperta che le ragioni per cui ci siamo stressati per molti anni erano in realtà irragionevoli. Si potrebbe allora diventare più dolci, più aperti, più curiosi; si potrebbe scoprire, ad esempio, che frequentare arte e artisti sia una grande fortuna…Purché non ci capiti ancora di ritrovare arte e artisti stressati.

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giovedì, luglio 17, 2003

Le disposizioni ovvero l’etica dello scrittore

Sia il testo poetico ‘complesso’, sia quello ‘semplice’, sono artificiali, sono raffinati modi della retorica e della stilistica. Nel primo caso si può ritrovare l’allusione al mondo irriducibile, alla sua contraddittoria complessità, appunto, nell’altro caso alla voglia o alla possibilità di semplificarlo, di toglier via, di venire all’essenziale. Possono essere due modi, tra tanti, di sognare di fronte all’inesplicabile dell’esperienza. Perché non vi sia deriva nichilistica, entrando nel gran mare della retorica, immagino a monte, delle diverse possibili disposizioni. In agguato c’è, infatti, l’esibizione che della complessità ( e di quel mistero) ne fa compiacimento sterile e, dall’altra parte, vi può essere quel toglier via regressivo, di chi, di fronte all’inesplicabile, finge una soluzione già tutta dispiegata, laddove ha solo saltato il fosso, come chi si vanta di non possedere doti intellettuali e di esser per questa deficienza più disincantato e libero, più in sintonia con la novità dei tempi. In ogni caso quell’esperienza se ne sta chiusa nel paradosso della sua nominabilità infinita ma a mutare è l’etica dello scrittore, cosa difficile da descrivere e che per comodità ho chiamato disposizione. Alla fine, come è ovvio, sta al lettore percepire se qualcosa dell’inesplicabile che appartiene alle nostre vite, al di là delle statistiche e delle prevedibilità, risuona, se vi è stato fuoco e piacere della conoscenza, oltre ad una ragionevole dose di risarcimento narcisistico dell’autore che, proprio in quell’inesplicabile, per noi, si è inoltrato.

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giovedì, luglio 17, 2003

Arte e vitalità

Ma poi è vero, come voleva Leopardi che l’arte accresce la vitalità? E se fosse il contrario: l’arte, come la voglia di far l’amore, conseguenza della vitalità? In entrambi i casi, dopo il dopo, non è proprio una vitalità accresciuta il risultato, ma un altro stato di coscienza dove non è infrequente toccare i massimi problemi in una pensosa sazietà. Piuttosto una vitalità ‘spesa’, consumata. Di qui forse la voglia romantica di ‘eternare’ (movimento di riflusso, in fondo, di decadimento energetico) dell’arte e dell’amore. La vitalità dell’arte è forse piuttosto a monte e si nutre fuori di essa, in altro: come è giusto, dalla vita.

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domenica, luglio 13, 2003

a cura di

PINO TRIPODI

 

I genitori non capiscono. Mai.

Naturalmente, non mi sono mai messo a discutere di queste cose con i miei genitori. Avrò fatto male, ma sarebbe stato tempo perso. Discutere con i genitori è sempre tempo perso. Con i genitori si può chiacchierare, conversare, ma discutere è impossibile. I genitori non capiscono mai ciò che dovrebbero capire. E i figli non devono capire ciò che non è giusto che capiscano. Quando gli uni e gli altri si comprendono, è segno che hanno smesso di avere il ruolo di genitori e di figli. Solo dopo che i figli sono fuggiti, i genitori possono essere compresi. Se si comprendono prima della fuga, non è un errore. Se si comprendono prima è un orrore. I figli, invece, non possono essere compresi mai, neanche da quelli che oggi sono figli e che domani diventeranno genitori.

Per diventare genitori occorre avere ucciso in sé il figlio che si è stati.

I genitori, nell’amore che spandono verso i figli, simulano il proprio odio per sé e per le proprie creature.

I figli non possono essere compresi anche perché essi stessi non si comprendono. Nelle ragioni di un figlio vi sono ragioni che sfuggono al figlio stesso. Ci si meraviglia che di fronte a una domanda, i figli rispondano perché sì o perché no. Si pensa che vogliano tenere nascoste le loro ragioni. Invece la verità è spesso più semplice. In quei perché sì e in quei perché no, non vi sono solo ragioni occultate, vi sono soprattutto ragioni poco ragionate, ragioni non ragionabili, ragioni a volte anche sragionate come lo sono le ragioni forti, come lo sono le ragioni assolute.

Io ho provato a spiegare le mie ragioni ai miei genitori, ma è stato tempo perso. Tra le mie ragioni e i miei genitori non c’è un’appartenenza comune; c’è un antagonismo profondo. A rischio di sbagliare, anzi a volte pur sicuro di sbagliare, quando ho dovuto scegliere, non ho potuto che optare per le mie ragioni contro i miei genitori.

Nel caso in questione, le mie ragioni riguardavano la scelta di vivere, nonostante tutto, da solo. Non capivano questa mia esigenza prima; non capiscono che, dopo, vivere da solo per me è diventata una necessità. Come spiegargli la sottile differenza tra esigenza e necessità. Come spiegargli che è una scelta mia; che non dipende affatto dal loro comportamento, dalle loro azioni. Come evitargli tutti i sensi di colpa. Non lo so. Non so perché è così difficile capire che, per quanto rovinato dalla vita, una persona ha bisogno di esperire tutte le possibilità di autonomia.

I miei genitori, come tutti i genitori, fanno fatica a vivere per sé e pensano di rimuovere questo disagio vivendo per i figli. Non possono aspirare in alcun modo a diventare un modello di genitori e desiderano creare dei figli modello. Sono incapaci di badare a sé e vorrebbero badare ai figli. Sostituendosi in ogni momento ai figli cercano di vivere in una dimensione diversa dalla propria. Non sono stati felici come figli e sono ancor più infelici come genitori. Non gli è stato consentito di fare i figli e adesso, da genitori, si comportano in modo che neanche i loro siano figli felici. Non hanno capito una cosa elementare della vita: la felicità non è un regalo di un bonario genitore, ma una conquista messa a rischio in ogni attimo della nostra esistenza. La conquista di quell’attimo e il rischio che scompaia prima ancora di palesarsi costituiscono gli elementi fondamentali della felicità. E della vita. I genitori non vivono questa vita, non godono di questa felicità e ammorbano con ogni loro atto la vita e la felicità dei propri figli. Con le loro ansie, con le loro protezioni, con le loro preoccupazioni, con i loro consigli, con il loro amore. Si diventa adulti perché ci si riempie le palle di tutto ciò. Il sentimento di rifiuto dell’idiozia dei propri genitori è la molla dell’adultità. Si sa che i bambini conoscono i propri genitori molto di più di quanto i genitori conoscano i loro bambini. Non c’è adulto, per quanto esperto, in grado di conoscere i propri simili in misura paragonabile alla conoscenza che ha il bambino del genitore. Il genitore non conosce se stesso, non può conoscere i propri figli. I figli, ahimè, prima di imparare a conoscersi, imparano a comprendere ogni elemento della personalità dei genitori, le relative debolezze e forze. Ancora bambini, imparano a fare i genitori. Conoscono perfettamente ciò che oggi rifiutano e che domani, con poche varianti, faranno.

Io non diverrò genitore, ma rifiuto di fare il figlio. I miei genitori non lo comprenderanno mai. Non capiscono che il mio non è un rifiuto nei loro confronti o una vendetta o una punizione o non so quale altra diavoleria. Loro sono convinti che io non possa vivere da solo. Loro sono convinti che io non possa essere autosufficiente. Non capiscono che la lotta contro questa impossibilità è diventata l’unica ragione della mia vita.. Se io accettassi questa impossibilità sarei già morto. Quando mi sorprendono in grave difficoltà o vengono a conoscenza dei miei problemi sono pronti a dirmi: te l’avevamo detto. Loro me l’avevano detto; sono lì ad attendere che io passi notti intere da solo senza possibilità di muovermi per potermi dire: te l’avevamo detto. Sono lì ad attendere che qualcosa vada male con i miei amici, che io non sia in grado di badare a me stesso, per potermi dire: te l’avevamo detto. Gioiscono sornionamente e maleficamente di ogni mia difficoltà, di ogni mia sofferenza per potermi dire: noi avevamo ragione, te l’avevamo detto. Loro sono convinti che io abbia bisogno di loro. Ma è esattamente il contrario. Sono loro che hanno bisogno di me. Sono loro che hanno bisogno del mio bisogno. Senza il mio bisogno la loro vita sarebbe vuota. Loro hanno bisogno che io abbia bisogno. Non capiscono che con questo presunto bisogno anche la mia vita diventerebbe vuota.

Dicono che il bisogno aguzza l’ingegno; sarà un altro tipo di bisogno. Questo di cui io parlo non solo non aguzza l’ingegno, ma elimina ogni piccolo anelito di libertà. La libertà è libertà dal bisogno. Dal bisogno materiale, certo, ma soprattutto dal bisogno altrui. La mia libertà è già gravemente limitata; se io mi plagiassi nel mio bisogno diverrei totalmente schiavo. Forse sarei uno schiavo dell’amore altrui, ma essere schiavi dell’amore non è molto differente che essere schiavi di un padrone cattivo e bruto. Anzi, dal mio punto di vista è molto peggio. Contro la schiavitù delle catene ci si può ribellare, nella schiavitù dell’amore si può solo soccombere.

 

A cura di

PINO TRIPODI

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venerdì, luglio 11, 2003

Rete come preghiera rovesciata.

La Rete, nella sua apparenza volatile ma organica, offre un’immagine vitale, cioè dissipatrice di sé: sembra non cominciar né finire, sembra priva di geografia, di geopolitica, sembra connessa al limite con la linea telefonica o con cavi ottici o con invisibili dialoghi satellitari. Ma non è vita che si dissipa, è piuttosto festa e parossismo del Codice, è, al più, promessa di ricaduta terrestre, speranza di una comunità altrimenti fondata e come pronta a precipitare in corpo sociale o semplicemente in corpo, una sorta di preghiera rovesciata, dal cielo alla terra.

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giovedì, luglio 10, 2003

C’è precarietà e precarietà

In fondo quasi tutto quello che ci circonda come ‘comunicazione sociale’ tende a rimuovere la precarietà del tessuto della vita in cui per brevi o lunghi periodi costruiamo una nostra borbottante normalità. Anche la crescente precarizzazione del lavoro non fa che rendere ancora più intollerabile questa difficoltà di rimuovere la costitutiva precarietà che ci sostanzia: è un nostro diritto poter difenderci da essa e vivere una vita considerata ‘normale’, nella nostra epoca e in questa parte del mondo. La sicurezza relativa del lavoro ci permetterebbe di far fronte ‘solo’ all’insicurezza biologica, psicologica e ontologica. Ma sarebbe -ed è- già qualcosa. Poter far progetti è importante, poter pensare al futuro difesi solo da qualche scongiuro contro la sorte, poter fare fantasie sulla nostra vita coerenti alle ‘aspettative di vita’ che ci appartengono, sono nostri diritti. E se ci sono dei figli avere un futuro diventa una necessità. Ma forse nessun potere può prosperare sulla felicità dei sudditi: la felicità produce la gaia moltiplicazione dei desideri (non la loro cessazione), così come, in periodi di inflazione in passato, la crescita delle conquiste, le avanzate dei diritti. Un movimento deflattivo della libìdo sociale, una stasi, un ripiegamento sono altri presupposti del dominio: è l’altra faccia del coinvolgimento entusiasta nel mito, nell’isteria di massa e nell’inquadramento.

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mercoledì, luglio 09, 2003

La ricchezza di un testo

La ricchezza di un testo è anche nella sua capacità di raccogliere e portare con sé  una forma d’inesauribilità. Il chiacchiericcio si consuma ancor prima che finisca di essere pronunciato. La cordiale resistenza che un testo oppone alla sua fruizione assomiglia al presagio di un’esperienza a cui volendo potremmo anche sottrarci. In tal caso però può capitare di non poter evitare di sentire in noi una fastidiosa punta di viltà.

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domenica, luglio 06, 2003

 

ANDREA INGLESE

 

L’a posto

Fra poco torneranno. Tutte quante. Le cose.

Come ai bei vecchi tempi. Nella dimora

del cuore. Una ad una. Col raffio,

il bastone curvo, la rete, pian piano.

Con il loro blues, il mormorio roco

di fondo, in umida mota, dal fondo

sorgeranno. A meditare, nel sommo,

una calma definitiva adunata.

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sabato, luglio 05, 2003

Andrea Inglese.

           

Retrovisioni

 

Qua e là rimangono

esposti, in una luce vanamente

accusatoria: il sellino di una bici

forato in più punti, i lembi

di plastica, una frolla gommapiuma

gialla, occhieggiante, le lenti

sporche, spesse, di una donna

che cerca di scendere al momento

sbagliato dal treno, la voce stridula

dei litiganti nell’abitacolo, il cane

che sbanda, il fagiano con l’otite.

 

Qua e là ingombrano

con i loro corpi opachi,

malfermi, mentre fluisce uniforme

il ritornello degli ordigni

a colmare i vuoti, gli angoli, i varchi

con le voci in falsetto, gli arredi

minimi, modulari, le primavere

di plexiglas e resina, gli oblò

che spìano il cielo delle stelle

fisse. La finzione compatta

che ruota dal tappeto alla volta

celeste, i sonagli, i sogni mattinali

e pomeridiani, e solo, alle spalle,

le tossi qua e là degli appestati,

a rasoiate brevi, ma subito

smorzate, illanguidite favole

di motori cromati e a scoppio

che vanno nel pendio dolce

ad un civilissimo e meditato

schianto.

Andrea Inglese.

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sabato, luglio 05, 2003

Calco vuoto della pietà.

L’inventario di Retrovisioni di Andrea Inglese è un accumulo di indizi. Quello che c’è, quello che resta, quello che lascia intendere ciò che era prima. Un mondo di artefatti e della loro scomposizione storica in parti. La macchina che funziona o si interrompe: aspettative di vita su base statistica: la speranza chiamata a dar conto in uno scenario impietoso di resti. La crudeltà dell’inventario è il tribunale chiamato a giudicare la speranza. Dunque: a questo non si vorrebbe mai acconsentire, nel giorno metropolitano viene rimosso perché tutto possa scorrere. L’emblema di ciò è l’insofferenza per il suicida che causa il ritardo del metrò alla fermata. Quello che resta, alla fine della lettura, impresso sullo specchio retrovisore,è il calco vuoto della pietà.

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