domenica, giugno 29, 2003

GIORGIO MASCITELLI

 

 

                     DISFIDE

 

                    (hommage à Antonio Pizzuto)

 

 

                                                  per Giovanni Palmieri, in viva amicizia

 

Dunque ci sono Elvira, Cesira e Ianira; ognuna delle tre è bellissima; ognuna delle tre saggissima; ognuna delle tre onustissima dei dovuti omaggi che non si starà qui ad elencare. Dunque ci sono tre bellissime, ma per il resto niente mele, niente discordia, anzi la più viva e trionfante concordia, tant’è che tutte e tre stazionano spesso nell’omonimo corso. La giornata è di quelle che, ad avere tempo, invitano a stare all’aria aperta seppure urbana, a consumare un gelato possibilmente artigianale e ad abbandonarsi alle libere osservazioni, che raccolte in un solo fascio costituiscono il senso stesso di un’amicizia. Elvira, Cesira e Ianira hanno tempo né vogliono parlare solo del tempo. Questa specifica condizione loro e del loro tempo è transitoria, è noto,  e perfino esse lo sospettano, ma intanto, finché dura la transizione, è loro e questo lo sanno bene.

Il mio viene a prendermi stassera con un’automobile decappottabile tedesca o coreana, che tanto sono i prussiani d’oriente, e domani lo vedrete perché domani che avrà il tempo libero verrà a prendermi al gelato con la medesima vettura.

Il mio viene a prendermi con una motocicletta dai dodici cilindri e dai cinquecento cavalli perché ama il rischio & il brivido come attestano i suoi frequenti giuramenti sulla mia immacolata fedeltà. Ma al pari di quello di Elvira, domani ci sarà e lo capirete perché mi presenterò con il casco e vi accorgerete del suo arrivo allorché lo vedrete perché vi sorgeranno spontanee dalla bocca le parole Di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno.

Cara Elvira, fida Cesira, il mio, domani, forse non ci sarà perché ho il sospetto che lavori per una gelateria concorrente, e stassera forse non verrà neanche con un mazzo di fiori, perché di solito viaggia in bicicletta e i fiori sono scomodi a trasportarsi con quel mezzo, ma quando sentirò vibrare nell’aria scura il mio nome saprò ancora una volta del suo vivido affetto e i nostri sguardi si sospenderanno in mezzo al buio e proverò quel che tutti dovrebbero provare e che nessuno sa come raccontare e mi sembrerà con profondo sprezzo dell’evidenza che le promesse dell’infanzia non siano andate perdute e che quei paradisi minimi illustrino la mia permanenza qua.

Dolce Ianira, tu hai pronunciato queste parole con il tono di chi ritenga che un titolare di una decappottabile non possa sentire i medesimi sentimenti magari espressi dalla medesima apostrofe: e io invece ho parlato dell’ automobile per pudicizia verso le cose più importanti, che sono quelle che non si possono vedere, mentre un’automobile si può vedere.

Statisticamente la ragione  starebbe dalla parte dell’Elvira, anche se è dubbio che la Ianira abbia detto quelle cose con l’intenzione malevola attribuitale, però l’Elvira rischia di fare la fine della Juventus che per voler vincere tutto la accusano di corrompere gli arbitri. In ogni caso Ramiro è quello di Elvira, Robert de Chiro detto Chirone è quello di Cesira, Ciro, come Ciro il grande, è quello di Ianira.

La sera porta gli abbracci e il sollievo degli amanti e il racconto di quel che è capitato agli amanti fatto dagli amanti stessi. Così anche la Ianira e il Ciro.  Quando quest’ultimo sente della discussione, si inalbera e garantisce alla sua amata che domani ci sarà anche lui e con un mezzo che né la Elvira né la Cesira potranno dire di aver mai visto. La Ianira si schermisce, protesta che non è il caso, ricorda che i pegni richiesti e scambiati sono ben altri, ma in cuor suo già si allarga un sentimento di addolcita soddisfazione e questo la arrabbia perché non vorrebbe ammettere che i provvedimenti di Ciro  la gratifichino, quasi volesse negarsi all’appartenenza alla specie umana. Poi la notte, non casta non incestuosa, degli amanti piove con il suo torrente di baci sulle aride terre della desolazione quotidiana; e la notte è troppo piccola, sì, troppo piccolina in ispecie per il Ciro che, terminato il convegno amoroso e coricatosi per la seconda volta nella maniera che sembra più simile alla definitiva, deve porre un limite molto presto a tale coricamento per realizzare il suo disegno.

Per realizzare il suo disegno il Ciro deve contattare un fornaio, un meccanico e un appassionato di vetture d’epoca, ora tra questi tre gli ultimi due sono raggiungibili in orari normali, mentre il fornaio deve essere contattato in quelle ore antelucane che sono per lui quel che il tramonto è per gli altri. Buona e rapida notte Ciro.

Ancora una giornata da gelato e le tre amiche a mangiarlo.

Il mio è sempre in ritardo.

Anche il mio.

Almeno in questo il mio non è da meno.

Perché in che cosa altro è da meno?

Satanassa di un’Elvira che se  prende la mira, scocca la freccia dal suo arco. Ma a man mancina si alza un polverone e la Cesira strepita.

E’ il mio, è il mio che arriva più veloce del vento. O nobile figlio delle nubi, sciolgo la treccia, il petto si fa ampio per il respiro e chiudo gli occhi nel saluto.

Robert de Chiro detto Chirone spegne la motocicletta, ne scende, si toglie il casco e risponde al saluto.

Ciao.

Robert de Chiro detto Chirone vorrebbe subito risalire sul veicolo e sfrecciare in una gita sul lago di Pusiano per poi proseguire di su o di giù come un bersagliere ciclista, ma non se ne parla nemmeno. Se ne starà anche lui buono buono come tutti i cristiani di questo mondo a rispettare le convenienze. Da lontano si scorge il profilo di una vettura sportiva che si avvicina con una veloce lentezza, come la martora prima di azzannare la gallina, la quale silenziosamente s’allegra valutando falsamente quella velocità che la tradirà,  e alla fine si accosta al gruppo sotto la guida di un elegante giovanotto che dice semplicemente:

Eccomi

E la Elvira dice semplicemente ( ma i soli degli occhi ridono):

Eccolo

E tutti in coro:

Eccoti.

Nessun movimento affrettato, un buffetto e un sorriso: la martora non ha ancora annusato la gallina, come si chioserebbe se ci fosse la minima possibilità che la scena abbia una valenza simbolica, e il pomeriggio si fa da solo. Resta da aspettare il Ciro e gli occhi delle amiche lo chiedono giacché le bocche tacciono. Ciro che si è trattenuto in una bottega di meccanico, ma il tempo passa inesorabile e la Elvira starebbe per dare il suo “sarà per un’altra volta” alla Ianira, quando Chirone dà di gomito al Ramiro, il quale se ne adonta la sua parte, e mormora:

Che cazzo è quella roba lì?

Non ci posso credere un autentico triciclo!

Guidato dal Ciro si avvicina cigolante uno di quei vecchi carretti a pedali a tre ruote che molti prestinai, ortolani, beccherai e pizzicagnoli usarono un dì per le consegne divenendo fiaccherai di se medesimi.

Ciao Amore.

Ma quello è Ciro.

Sì ragazze, lui ama fare di queste farandolate e buffonerie.

Ma quello è proprio Ciro Ciro?

Se t’ho ben detto che è lui, Cesira.

Beh, allora veramente auguri Ianira, ora noi andiamo a Pusiano.

Sì dobbiamo andarcene anche noi, ma io ti penso, sai? Adesso abbiamo un ricevimento dal console onorario della repubblica calmucca che è poi il dottor De Feo, il ceo di Ramiro.

Le due amiche abbracciano la Ianira con un nonsochè di tenero e flebile e tutti e quattro riservano un cenno della mano al Ciro, il rombo dei motori copre eventuali sghignazzi. I colori del viso della Ianira ci vorrebbero un Caravaggio e un Matisse che si trovassero a passare di lì insieme per renderli. Il Ciro posteggia il mezzo e dice:

Non farai mica questa faccia perché sono in ritardo? Guarda che nella fretta di arrivare ho perfino toccato dentro un pensionato, lui dice travolto, ma esagera. E poi non è che un vecchio triciclo si ripara in due secondi.

Ianira quasi piange, anzi piange proprio.

Cos’hai Ianira?

No la colpa è mia, non è niente, adesso passa. La colpa è solo mia, tu non c’entri e sei meraviglioso.

La colpa di cosa?

Probabilmente la colpa a cui allude Ianira tra le copiose lacrime è quella di non essere restata sul puro terreno della nobiltà dell’animo, gratuita e non soggetta a ritenute d’acconto, e invece di essere scesa sul terreno dei beni simbolici che costano. Ma la Ianira ha dalle parti della cavezza tatuato un aquilotto o qualcosa del genere in una posizione che potrebbe anche essere erotica, non nel senso delle posizioni che si assumono durante l’erotismo, ma di una posizione sulla pelle che favorisce le posizioni che si assumono durante l’erotismo, e il sole illumina anche il suo tatuaggio al pari di quello di altri milioni di donne e di uomini tatuati. E questi milioni di donne e di uomini si aggirano per le strade, provano le loro gratificazioni e le loro contrarietà e comprensibilmente si compiacciono del loro angolo di pelle marchiata, mentre non più di due generazioni prima quanti scannamenti per impedire che la pelle della gente fosse marchiata e allora sembrò pietra miliare del progresso che la gente, certa gente, non fosse tatuata, ora invece no e qualche precisino magari farà notare che questi sono motivi decorativi e quelli matricolari e sicuramente ha ragione, ma a me sembra che il segreto della vita sia tutto qui e bisogna essere ciechi a non vederlo e si diventa ciechi a vederlo.

postato da: cepo alle ore 14:40 | Permalink | commenti
categoria:
giovedì, giugno 26, 2003

Parole attuali e parole presenti.

C’è un modo di non parlare che non è né scontroso né assente. Ci sono parole che vengono via lisce senza l’annesso gracidìo delle parole ‘attuali’? Lisce, discrete, pesanti (che hanno peso) come parole ‘presenti’. Le parole che si scelgono il loro ritmo, così come uno sceglie i vestiti o le scarpe prima di uscire. Parlare senza ‘volerlo’, ma non come quelli che sull’autobus parlano da soli e non lo sanno. Saper di parlare una parola che assomiglia al silenzio: una parola che davvero pesa la immagino come una parola detta sottovoce, parola con naturalezza sottomessa alla realtà di ciò che dice.

postato da: cepo alle ore 21:52 | Permalink | commenti
categoria:
martedì, giugno 24, 2003

Familiarizzare e comprendere

I discorsi, gli scritti, uno accanto all’altro: senza collegamento, senza ‘riassunto’, senza un continuo slittamento di metadiscorso che possa parlare sia degli scritti di Massimo Rizzante, sia della poesia di Francesca Genti, postata la scorsa settimana. Questo perché ho notato che le parole comunicano meglio quando da sole si avvicinano tra loro, come quando all’enoteca, in maniera impercettibile –anche complice il vino- le differenze concettuali non attirano più l’attenzione, ma l’attira la curiosità per chi le pronuncia. Come dire che si comincia a ‘familiarizzare’: forse un modo più rispettoso e reale di ‘comprendere’. Noi crediamo di parlarci e confrontarci: per lo più vogliamo rassicurarci su ciò che già prima pensavamo, e così non ascoltiamo in realtà niente. Usciamo un po’ da noi stessi, facciamo un po’ di spazio per le parole di un altro a gran fatica: parlando confermiamo la nostra autoreferenzialità. E così si torna a casa e non è successo niente.

postato da: cepo alle ore 22:51 | Permalink | commenti (2)
categoria:
venerdì, giugno 20, 2003

Massimo Rizzante

Sette note a venire

1

Definire le parole, le parole che ci stanno a cuore, le nostre parole-chiave. Ecco l’unico compito che dovremmo avere.

Ma definire i contorni delle parole così da tracciarne i confini è diventato un compito difficile, soprattutto da quando il cuore delle parole si trova sempre più ai confini. E’ un cuore di frontiera, e non c’è niente di più difficile, delicato e disperante che operare con parole che sono continuamente sottoposte a pericolosi trapianti chirurgici.

La ricerca dei propri temi, delle proprie parole-chiave, senza le quali non si dà arte, avrà bisogno sempre più dell’etimologia come forma preparatoria della conoscenza. D’altra parte, la fedeltà alle parole è un’arte, come sanno bene i traduttori.

2

Un problema di oggi è la proliferazione vertiginosa dei saperi e dei codici: la nostra inevitabile vegetazione enciclopedica. Un altro problema è il tempo con cui questi saperi e codici devono essere incamerati nelle nostre menti perché ci si possa sentire all’altezza del nostro tempo (sempre che questo sia “il nostro tempo”). Un altro problema ancora è la rapida perdita di significato degli eventi storici.

Al tempo cronologico dell’orologio, al tempo della Storia e alla durée interiore – al loro conflitto permanente – si sovrappone ora il tempo dell’informazione planetaria, un tempo dell’uniformità, dell’assenza di conflitto, un tempo in cui tutto è permanentemente in “liquidazione”.

Naturalmente, prima di ogni tempo, ci sono il tempo geologico della terra, di cui solo recentemente si sono incominciati a intravedere i primi clamorosi segnali di invecchiamento, e il tempo biologico, con i pachidermici spostamenti delle specie.

Avverrà una selezione della specie uomo sulla base delle capacità che avremo di selezionare i dati, le informazioni che ci servono? Ma come scegliere? Come sapere quello che ci serve? Basterà adattare il tempo biologico al tempo dell’informazione? Ma ciò non significherà forse ridurre l’essere dell’uomo al suo essere biologico? Il suo essere nel tempo al suo essere “naturale”?

Homo poeticus e Homo politicus saranno presto i nostri antenati?

3

Sempre di più dovremo ricorrere a enciclopedie, dizionari, classificazioni, perché sempre di più si farà difficile e nebuloso il cammino a ritroso nel tempo e nello spazio, nel tempo sempre più spazializzato che sarà il nostro tempo. Si dovrà ripartire sempre da zero, perché sempre più labili si faranno i legami con il passato, e la volontà di lasciare tracce dovrà fare i conti, come mai è avvenuto, con l’estrema aleatorietà del loro rinvenimento.

4

La nostra percezione, modificata dalla “presentificazione” dei saperi, dei codici, delle opere dovrà lottare a lungo con le nuove condizioni e con i nuovi regimi vitali, prima di soccombere. Chi non è troppo pessimista sta all’erta fin d’ora in due modi: lentificando i processi di acquisizione e acquisendo una capacità di spostamento da un luogo all’altro a partire da un luogo qualsiasi. Oppure ergendosi come bastione del buon senso contro la marea di astrazioni e realtà disincarnate che quotidianamente gli precipitano addosso: paradossale e provocatorio modo di essere individui vivi e concreti.

5

E’ evidente che non siamo pronti a quello che abbiamo edificato. Il principale meccanismo di difesa dell’uomo contemporaneo lo dimostra. Cosa succede?

Di fronte alla proliferazione dei saperi e dei codici, l’uomo, essere discreto che ha bisogno di continuità, si difende bloccando il “flusso” che lo investe (tutta la “realtà” si dà in forma fluida, pronta per essere “liquidata”): ferma alcune immagini, salta come un uccello di qua e di là, si difende.

Questa forza irriducibile, perché irriducibile è nell’uomo la forza di difendersi da ciò che lo sovrasta (altra versione dell’istinto di conservazione), si chiama: semplificazione, forza irriducibile che vuole ridurre tutto a elementi semplici, a frammenti.

Di fronte alla proliferazione dei saperi e dei codici, e alla loro velocità di “presentarsi”, l’uomo è allo stesso tempo troppo libero e incapace di libertà: è un uomo che non può scegliere per sovrabbondanza di possibilità. Ciò che gli viene a mancare è il terreno sotto i piedi: il tempo del giudizio, la possibilità di rendere semplici cose complesse, di comprendere il tutto a partire dai dettagli. La possibilità, inoltre, di soffermarsi nei “passaggi”.

6

Ho scritto qualche tempo fa: “Il demone dell’oggettività scientifica assomiglia a un vorace roditore, amante di sillogismi.

Questo demone possiede una proprietà essenziale: essendo la sua forza soprattutto analitica, esso tende a scomporre la totalità in parti. Ora, questa forza, se non è ben controllata, riduce i dettagli, cioè parti che per esistere hanno bisogno di intuizione e sintesi, a frammenti, ovvero a particelle che, al contrario, non aspirano a ricomporsi in una totalità, ma rivendicano ciascuna la propria autonomia. La differenza tra dettaglio e frammento, a mio avviso, implica due estetiche e quasi due concezioni del mondo”.

Perciò dal dettaglio al tutto, ma con molte pause. Non è possibile non solo trasgredire, ma neppure progredire senza digredire: non si arriva alla definizione di niente senza una digressione su tutto.

Questo nostro progresso è invece privo del tempo della digressione. E quindi è condannato alla regressione: è un progresso infantocratico.

7

Un pensiero non pessimista dovrà usare le parole del non-pensiero della riduzione, della semplificazione e del frammento (il non-pensiero non è esattamente assenza di pensiero, ma una forma di pensiero che non ha le stesse caratteristiche che il “pensiero” ha avuto fin ora: il significato della parola “pensiero” dovrà includere anche la parola “non-pensiero”). Dovrà usare significa: dovrà torcergli il collo.

postato da: cepo alle ore 21:45 | Permalink | commenti
categoria:
venerdì, giugno 20, 2003

***

Volentieri pubblico nei giorni questi “Undici pensieri sulla critica e cinque domande sul romanzo” di Massimo Rizzante.

*** 1. Una volta Italo Svevo scrisse: “Un ignorante è un escluso dalla scienza, un morto; in arte invece dice la sua parola che può anche avere un valore”.

Nella mia ignoranza scientifica mi chiedo: com’è che un romanzo può aiutarmi a leggere un altro romanzo? O meglio: è possibile per quest’arte minore che è la critica letteraria (parlo di critica letteraria, non d’informazione sull’attualità né di esegesi, parlo di una critica capace di riflettere a lungo su un’opera, in grado di emanciparla dall’attualità e di porla in un contesto mondiale) prendere a prestito concetti e criteri dal romanzo?

Ma il romanzo non è fatto di concetti. O meglio: la riflessione romanzesca è sempre ironica, legata indissolubilmente al gioco delle situazioni dei personaggi, alle loro idee sul mondo. C’è una bella differenza tra il “romanzo pensato” di Musil e i suoi pensieri sulla “stupidità”. La differenza non è solo formale. O meglio: proprio perché radicalmente formale è ontologica: un personaggio ignorante o stupido ci dice qualcosa, ci può mostrare qualche aspetto della realtà che era sfuggito alla colta e intelligente comunità di lettori di saggi letterari. Un saggio sulla stupidità ci dimostra, come fa Musil, che ogni uomo, per quanto colto si creda, possiede invariabilmente un cinquanta per cento di intelligenza e un cinquanta per cento di stupidità. Per cui, infine, è del tutto inutile stabilire criteri certi per la comprensione delle cose. E’ questa “la verità” che Musil ci porta a sondare. Questa e non un’altra!

Massimo Rizzante, “Undici pensieri sulla critica e cinque domande sul romanzo”,1.

postato da: cepo alle ore 20:53 | Permalink | commenti
categoria:
mercoledì, giugno 18, 2003

Massimo Rizzante, 5 domande sul romanzo.

1.Perché il romanzo è un’arte e non un genere?

2.L’arte del romanzo possiede una data di nascita?

3.Esiste una forma-romanzo?

4.Esiste una conoscenza romanzesca?

5.E in caso affermativo, qual è l’oggetto della conoscenza romanzesca?

postato da: cepo alle ore 18:35 | Permalink | commenti (1)
categoria:
lunedì, giugno 16, 2003

Massimo Rizzante,“Undici pensieri sulla critica e cinque domande sul romanzo”.7,8,9,10,11

7.Baudelaire: “Quanto più una critica è originale tanto più è universale”. L’originalità critica si fonda sulla possibilità di scoprire un’originalità artistica.

8.L’originalità, una volta svestita dal suo corpetto romantico, presuppone la tecnica. Ora, nell’arte come nella critica non esiste una sola tecnica, ma molte tecniche di composizione. Questo significa che la tecnica non si apprende una volta per tutte e che il suo apprendimento è infinito. 9.Le tecniche, tuttavia, non sono tutto. L’aspetto formale e compositivo non è tutto. L’opera è davvero compiuta e originale quando scopriamo una relazione tra il suo aspetto formale e compositivo e quello esistenziale. 10.Un artista diventa tale se sa fare uso dell’intelletto tra l’inizio e la fine di un’opera. All’inizio e alla fine di un’opera contano l’intuizione, la sensibilità, il gusto, il talento. Per il critico le cose stanno diversamente. Intuizione, sensibilità, gusto e talento sono al servizio dell’intelletto. Se questo l’abbandona anche solo un istante, egli si ritrova all’inizio o alla fine, ma mai al centro dell’opera. 11.Il critico non costruisce, ma smonta e ricostruisce a partire da una casa già edificata. Dietro la meditazione critica non c’è dunque un sistema, ma la ricerca di un’architettura, di una composizione. Dietro questa meditazione c’è conoscenza delle tecniche e delle forme. Non c’è, al limite, un pensiero.

Il critico è un uomo che dipende completamente dalla forma dell’opera e nell’onesto e serio riconoscimento di questa dipendenza sta tutta la sua originalità.

“Undici pensieri sulla critica e cinque domande sul romanzo” di Massimo Rizzante.7,8,9,10,11

postato da: cepo alle ore 17:17 | Permalink | commenti (2)
categoria:
domenica, giugno 15, 2003
Massimo Rizzante, da Undici pensieri sulla critica e cinque domande sul romanzo.2,3. Ernesto Sabato: “Il romanzo è un tipo di creazione spirituale nella quale, a differenza di quella scientifica o filosofica, le idee non appaiono allo stato puro, ma mescolate ai sentimenti e alle passioni dei personaggi”. E ancora: “Il romanzo è un tipo di creazione nella quale, a differenza della scienza e della filosofia, non si cerca di provare nulla: il romanzo non dimostra, mostra”. E così tutte le opere d’arte. 3 Per quanto libertino e animato da spirito ludico, il critico letterario, se può tranquillamente ridere della realtà, non può assolutamente prendere alla leggera la realtà dell’opera d’arte. Hermann Broch: “Un artista può essere un farabutto, ma il critico deve essere un uomo onesto”. La condanna del critico è la serietà. Un’onesta serietà.
postato da: cepo alle ore 16:16 | Permalink | commenti
categoria:
domenica, giugno 15, 2003
Massimo Rizzante, da Undici pensieri sulla critica e cinque domande sul romanzo.4,5.4 Strano destino quello del critico letterario: riflettere e meditare onestamente e seriamente su un’opera di immaginazione e pensiero che per sua stessa essenza sconfina in tutt’altro territorio, dove regnano sovrane la disonestà e la mistificazione, l’azzardo e l’improvvisazione, la forza del paradosso e l’invenzione ludica. E dove si osteggia sistematicamente una spiegazione di ciò che si è prodotto (la qual cosa non esclude per niente che l’artista non possa essere un onesto e serio critico della propria opera). Serietà e non serietà dell’uomo! 5 In quanto critici bisogna essere seri e onesti. Come ogni uomo sano di corpo sa, per esperienza o per sentito dire, dopo il coito subentra sempre, soprattutto nel genere maschile, una sorta di apatia fisica, una perdita di tonicità muscolare che solo a volte è compensata da qualche trasporto emotivo. E’ come se il nostro corpo per un po’ non esistesse, come se si fosse volatilizzato. Ecco, la situazione del critico mi sembra paragonabile a un perpetuo stato post coitum. Bisogna essere seri e onesti. Il pensiero del critico è un pensiero non erotico. Massimo Rizzante, da Undici pensieri sulla critica e cinque domande sul romanzo.4,5.
postato da: cepo alle ore 16:15 | Permalink | commenti (1)
categoria:
mercoledì, giugno 11, 2003
*** Kyorai (1651-1704) scrive: “Persino nella mia città/ora, dormo/come un viandante//”. Mi fa pensare al lavoro compiuto che non diventa mai la città in cui si può riposare come nella propria città. Per questo forse il titolo dei nuovi versi è “Lavoro da fare”. In un libro di fantascienza gli alieni non solo dovevano dormire come gli umani ma non potevano che dormire in gruppo: se per una qualche ragione una notte non vi riuscivano, erano destinati a morire. Questo capitava agli alieni. Agli umani no: si sarebbero lamentati della solitudine e basta.
postato da: cepo alle ore 17:29 | Permalink | commenti
categoria:
mercoledì, giugno 11, 2003
*** Mi manda Francesca Genti la sua prima poesia scritta a Milano. Essere costruttivi in fondo è semplice. Quello che è difficile è la semplicità: “La mia parte costruttiva" è mio nonno./ è un geometra./ e in mano ha una piantina./ qui ci mette degli alberi/ qui un campo di papaveri/ qui tre vasi grandi/ in fondo il mare./ stende la ghiaia sopra il sentiero./ qui ci mette una casa/ con dentro il carbone per natale./ a destra un forno per le grigliate/ due panchine per le risate/ più in là altri alberi/ poi altri papaveri./ in fondo ancora un cimitero./ prende la colla/ prende la scala/ sale nel cielo/ ci appiccica il sole./ scende la scala/ entra dal balcone/ sopra il mio letto/ ci appiccica l'amore./ (dentro la cucina/ le scatole di stelle/ lo stanno ad aspettare/ ognuna sorride/ da dentro il cartone:/ non vedono l'ora/ di farsi mangiare).//. Francesca Genti
postato da: cepo alle ore 15:04 | Permalink | commenti
categoria:
mercoledì, giugno 11, 2003
*** L’amico Piero Scaramella all’ascolto degli ultimissimi versi mi dice: ‘come tutto è diventato semplice! Neanche una parola in più!’ Gli rispondo che quando per un bel po’ di tempo si sta in silenzio, le parole cominciano a pesare. Ora penso che sono semplicemente stufo delle parole: condizione strana per fare della poesia. Non si può uscire dalla retorica ma dalla disonestà intellettuale si…
postato da: cepo alle ore 10:25 | Permalink | commenti (1)
categoria:
mercoledì, giugno 11, 2003
*** La parola che indica ha una sua elastica asciuttezza. Può andar bene per la pace e per la guerra. La parola che allude e suggerisce è una parola che rallenta: non fa, trasforma. E’ una parola che non si dice ad un altro ma in presenza di un altro: chiede l’esser presenti a sé.
postato da: cepo alle ore 10:24 | Permalink | commenti
categoria:
lunedì, giugno 09, 2003
*** Francesco Forlani ha la capacità di trasformare un artefatto in fatto dell’arte: è la capacità di intensificare non il quotidiano ma l’aspetto accidentale di esso. E’ come se inavvertitamente in ogni quotidiano si aprissero delle falle, delle mancanze. Lui s’infila in quei brevi varchi con estremo tempismo e con tutta la forza. Si stacca il filo del microfono e lui commenta dicendo che ‘ha perso il filo’ (parlando ad un pubblico non di strada ma sulla strada, seduto ordinatamente). Microvarchi, microincidenti e massimo della tensione significante. Questo è un tema?
postato da: cepo alle ore 19:04 | Permalink | commenti
categoria:
lunedì, giugno 09, 2003
*** Massimo Rizzante condivide con me l’idea che i temi intorno a cui si gira col pensiero siano pochi. E’ vero ma una volta identificato il tema è come se perdesse i suoi legami attuali o possibili con la rete da cui è sorto. Un tema non va identificato, forse: forse è come un tic che non conosci. Che vedono gli altri. Che ti ricordano proprio per quello, per il tic.
postato da: cepo alle ore 19:04 | Permalink | commenti
categoria: