GIORGIO MASCITELLI
DISFIDE
(hommage à Antonio Pizzuto)
per Giovanni Palmieri, in viva amicizia
Dunque ci sono Elvira, Cesira e Ianira; ognuna delle tre è bellissima; ognuna delle tre saggissima; ognuna delle tre onustissima dei dovuti omaggi che non si starà qui ad elencare. Dunque ci sono tre bellissime, ma per il resto niente mele, niente discordia, anzi la più viva e trionfante concordia, tant’è che tutte e tre stazionano spesso nell’omonimo corso. La giornata è di quelle che, ad avere tempo, invitano a stare all’aria aperta seppure urbana, a consumare un gelato possibilmente artigianale e ad abbandonarsi alle libere osservazioni, che raccolte in un solo fascio costituiscono il senso stesso di un’amicizia. Elvira, Cesira e Ianira hanno tempo né vogliono parlare solo del tempo. Questa specifica condizione loro e del loro tempo è transitoria, è noto, e perfino esse lo sospettano, ma intanto, finché dura la transizione, è loro e questo lo sanno bene.
Il mio viene a prendermi stassera con un’automobile decappottabile tedesca o coreana, che tanto sono i prussiani d’oriente, e domani lo vedrete perché domani che avrà il tempo libero verrà a prendermi al gelato con la medesima vettura.
Il mio viene a prendermi con una motocicletta dai dodici cilindri e dai cinquecento cavalli perché ama il rischio & il brivido come attestano i suoi frequenti giuramenti sulla mia immacolata fedeltà. Ma al pari di quello di Elvira, domani ci sarà e lo capirete perché mi presenterò con il casco e vi accorgerete del suo arrivo allorché lo vedrete perché vi sorgeranno spontanee dalla bocca le parole Di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno.
Cara Elvira, fida Cesira, il mio, domani, forse non ci sarà perché ho il sospetto che lavori per una gelateria concorrente, e stassera forse non verrà neanche con un mazzo di fiori, perché di solito viaggia in bicicletta e i fiori sono scomodi a trasportarsi con quel mezzo, ma quando sentirò vibrare nell’aria scura il mio nome saprò ancora una volta del suo vivido affetto e i nostri sguardi si sospenderanno in mezzo al buio e proverò quel che tutti dovrebbero provare e che nessuno sa come raccontare e mi sembrerà con profondo sprezzo dell’evidenza che le promesse dell’infanzia non siano andate perdute e che quei paradisi minimi illustrino la mia permanenza qua.
Dolce Ianira, tu hai pronunciato queste parole con il tono di chi ritenga che un titolare di una decappottabile non possa sentire i medesimi sentimenti magari espressi dalla medesima apostrofe: e io invece ho parlato dell’ automobile per pudicizia verso le cose più importanti, che sono quelle che non si possono vedere, mentre un’automobile si può vedere.
Statisticamente la ragione starebbe dalla parte dell’Elvira, anche se è dubbio che la Ianira abbia detto quelle cose con l’intenzione malevola attribuitale, però l’Elvira rischia di fare la fine della Juventus che per voler vincere tutto la accusano di corrompere gli arbitri. In ogni caso Ramiro è quello di Elvira, Robert de Chiro detto Chirone è quello di Cesira, Ciro, come Ciro il grande, è quello di Ianira.
La sera porta gli abbracci e il sollievo degli amanti e il racconto di quel che è capitato agli amanti fatto dagli amanti stessi. Così anche la Ianira e il Ciro. Quando quest’ultimo sente della discussione, si inalbera e garantisce alla sua amata che domani ci sarà anche lui e con un mezzo che né la Elvira né la Cesira potranno dire di aver mai visto. La Ianira si schermisce, protesta che non è il caso, ricorda che i pegni richiesti e scambiati sono ben altri, ma in cuor suo già si allarga un sentimento di addolcita soddisfazione e questo la arrabbia perché non vorrebbe ammettere che i provvedimenti di Ciro la gratifichino, quasi volesse negarsi all’appartenenza alla specie umana. Poi la notte, non casta non incestuosa, degli amanti piove con il suo torrente di baci sulle aride terre della desolazione quotidiana; e la notte è troppo piccola, sì, troppo piccolina in ispecie per il Ciro che, terminato il convegno amoroso e coricatosi per la seconda volta nella maniera che sembra più simile alla definitiva, deve porre un limite molto presto a tale coricamento per realizzare il suo disegno.
Per realizzare il suo disegno il Ciro deve contattare un fornaio, un meccanico e un appassionato di vetture d’epoca, ora tra questi tre gli ultimi due sono raggiungibili in orari normali, mentre il fornaio deve essere contattato in quelle ore antelucane che sono per lui quel che il tramonto è per gli altri. Buona e rapida notte Ciro.
Ancora una giornata da gelato e le tre amiche a mangiarlo.
Il mio è sempre in ritardo.
Anche il mio.
Almeno in questo il mio non è da meno.
Perché in che cosa altro è da meno?
Satanassa di un’Elvira che se prende la mira, scocca la freccia dal suo arco. Ma a man mancina si alza un polverone e la Cesira strepita.
E’ il mio, è il mio che arriva più veloce del vento. O nobile figlio delle nubi, sciolgo la treccia, il petto si fa ampio per il respiro e chiudo gli occhi nel saluto.
Robert de Chiro detto Chirone spegne la motocicletta, ne scende, si toglie il casco e risponde al saluto.
Ciao.
Robert de Chiro detto Chirone vorrebbe subito risalire sul veicolo e sfrecciare in una gita sul lago di Pusiano per poi proseguire di su o di giù come un bersagliere ciclista, ma non se ne parla nemmeno. Se ne starà anche lui buono buono come tutti i cristiani di questo mondo a rispettare le convenienze. Da lontano si scorge il profilo di una vettura sportiva che si avvicina con una veloce lentezza, come la martora prima di azzannare la gallina, la quale silenziosamente s’allegra valutando falsamente quella velocità che la tradirà, e alla fine si accosta al gruppo sotto la guida di un elegante giovanotto che dice semplicemente:
Eccomi
E la Elvira dice semplicemente ( ma i soli degli occhi ridono):
Eccolo
E tutti in coro:
Eccoti.
Nessun movimento affrettato, un buffetto e un sorriso: la martora non ha ancora annusato la gallina, come si chioserebbe se ci fosse la minima possibilità che la scena abbia una valenza simbolica, e il pomeriggio si fa da solo. Resta da aspettare il Ciro e gli occhi delle amiche lo chiedono giacché le bocche tacciono. Ciro che si è trattenuto in una bottega di meccanico, ma il tempo passa inesorabile e la Elvira starebbe per dare il suo “sarà per un’altra volta” alla Ianira, quando Chirone dà di gomito al Ramiro, il quale se ne adonta la sua parte, e mormora:
Che cazzo è quella roba lì?
Non ci posso credere un autentico triciclo!
Guidato dal Ciro si avvicina cigolante uno di quei vecchi carretti a pedali a tre ruote che molti prestinai, ortolani, beccherai e pizzicagnoli usarono un dì per le consegne divenendo fiaccherai di se medesimi.
Ciao Amore.
Ma quello è Ciro.
Sì ragazze, lui ama fare di queste farandolate e buffonerie.
Ma quello è proprio Ciro Ciro?
Se t’ho ben detto che è lui, Cesira.
Beh, allora veramente auguri Ianira, ora noi andiamo a Pusiano.
Sì dobbiamo andarcene anche noi, ma io ti penso, sai? Adesso abbiamo un ricevimento dal console onorario della repubblica calmucca che è poi il dottor De Feo, il ceo di Ramiro.
Le due amiche abbracciano la Ianira con un nonsochè di tenero e flebile e tutti e quattro riservano un cenno della mano al Ciro, il rombo dei motori copre eventuali sghignazzi. I colori del viso della Ianira ci vorrebbero un Caravaggio e un Matisse che si trovassero a passare di lì insieme per renderli. Il Ciro posteggia il mezzo e dice:
Non farai mica questa faccia perché sono in ritardo? Guarda che nella fretta di arrivare ho perfino toccato dentro un pensionato, lui dice travolto, ma esagera. E poi non è che un vecchio triciclo si ripara in due secondi.
Ianira quasi piange, anzi piange proprio.
Cos’hai Ianira?
No la colpa è mia, non è niente, adesso passa. La colpa è solo mia, tu non c’entri e sei meraviglioso.
La colpa di cosa?
Probabilmente la colpa a cui allude Ianira tra le copiose lacrime è quella di non essere restata sul puro terreno della nobiltà dell’animo, gratuita e non soggetta a ritenute d’acconto, e invece di essere scesa sul terreno dei beni simbolici che costano. Ma la Ianira ha dalle parti della cavezza tatuato un aquilotto o qualcosa del genere in una posizione che potrebbe anche essere erotica, non nel senso delle posizioni che si assumono durante l’erotismo, ma di una posizione sulla pelle che favorisce le posizioni che si assumono durante l’erotismo, e il sole illumina anche il suo tatuaggio al pari di quello di altri milioni di donne e di uomini tatuati. E questi milioni di donne e di uomini si aggirano per le strade, provano le loro gratificazioni e le loro contrarietà e comprensibilmente si compiacciono del loro angolo di pelle marchiata, mentre non più di due generazioni prima quanti scannamenti per impedire che la pelle della gente fosse marchiata e allora sembrò pietra miliare del progresso che la gente, certa gente, non fosse tatuata, ora invece no e qualche precisino magari farà notare che questi sono motivi decorativi e quelli matricolari e sicuramente ha ragione, ma a me sembra che il segreto della vita sia tutto qui e bisogna essere ciechi a non vederlo e si diventa ciechi a vederlo.




